“Cari ragazzi, credo che sia importante che ciascuno di voi che frequenta questo Cfp si impegni per raggiungere questi tre obiettivi: il sapere (per poter interagire con tutti), il saper fare (la professionalità è molto utile per entrare nel mondo del lavoro) e il saper essere (perché ciascuno è portatore di valori e di capacità di relazioni)”.

Così Mons. Cesare Nosiglia, in visita – nella mattinata di giovedì 10 marzo – ai giovani della formazione professionale braidese. Accolto dal direttore dell’opera don Vincenzo Trotta e del Cfp Valter Manzone, il Vescovo ha anche invitato i ragazzi a curare la propria etica, perché oggi anche i datori di lavoro valutano positivamente questi aspetti. Poi ha premiato una trentina di allievi che si sono impegnati nella colletta alimentare, nel Donacibo e nella giornata di raccolta di alimenti, che si è svolta recentemente in città. Poi ha effettuato una visita guidata a tutti i laboratori del Centro.

Nella mattinata ha incontrato anche gli alunni e gli insegnanti della scuola media. Nell’ampio salone studio i ragazzi hanno accolto festosamente il gradito ospite. Il direttore dell’istituto don Vincenzo Trotta, salutando il vescovo, lo ha ringraziato per la visita e soprattutto per l’interessamento suo nei riguardi della scuola, in particolare di quella cattolica.

Mons.Nosiglia si è sentito subito a suo agio in mezzo ai ragazzi. Ha descritto brevemente le tappe della sua vita: la nascita a Genova, le scuole presso le suore salesiane, la scelta di diventare prete, l’ordinazione episcopale da parte di Giovanni Paolo II, il suo ministero a Vicenza e ora a Torino. Ha sottolineato l’importanza della scuola come momento di formazione per la vita. Ha invitato i ragazzi ad amarla come opportunità per sviluppare la cultura, che rende liberi, e le capacità che ognuno ha.

E’ seguita l’intervista con le domande preparate nei giorni precedenti dai ragazzi. Gli assessori delle classi ne hanno selezionate alcune, che hanno sottoposto al Vescovo.

– Da ragazzo cosa voleva diventare?

Sognavo di diventare macchinista. Consideravo questa una professione utile ai numerosi pendolari che ogni giorno si recano al lavoro, come faceva mio papà. Poi ho sentito la chiamata a diventare sacerdote e non mi sono tirato indietro.

– E’ soddisfatto della scelta di diventare prete?

Non mi sono mai pentito di essere diventato prete. Come in tutte le situazioni si incontrano delle difficoltà, ma non bisogna per questo cambiare le scelte fondamentali dopo un po’ di tempo. Troverei tanti che farebbero il prete a tempo, per esempio per 5 anni; ma per tutta la vita, ne troverei pochi. Le scelte definitive spaventano, un po’ come per il matrimonio. Ma dobbiamo aver fiducia nel Signore: è Lui che chiama e Lui ci darà la grazia per continuare ed essere fedeli.

– Come si sente quando incontro tante persone che credono in Dio?

Bene, sono molto felice, anche se loro lo chiamano con un nome diverso, come Allah o altro. Comunque di Dio ce n’è uno solo e quindi vedere molti credenti mi rende felice. Tutti possiamo collaborare per aiutare gli altri, specie i più poveri, e lavorare per la pace.

– Quali problemi ha la diocesi di Torino?

E’ molto grande: sono circa 2 milioni di abitanti. La povertà e l’immigrazione sono tra i problemi più sentiti.

Personalmente ha aiutato dei poveri?

Nel mio episcopio ho accolto 5 persone, rispondendo all’appello del Papa. Così hanno fatto tante altre famiglie e comunità. Il rischiare, mettendosi in gioco, fa bene.

Cosa fa un Vescovo tutti i giorni?

Ogni giorno è differente, con tante attività e tanti incontri. Ma ci sono due momenti della giornata, al mattino e alla sera dedicati alla preghiera, che sostiene tutte le attività. Ogni giorno in posti diversi porto la Parola di Dio e dò la possibilità a tutti di incontrarmi, un po’ come fa il Papa. Quando posso vado a trovare i bambini malati del Regina Margherita. E’ sempre un momento molto bello, in cui rispondo alle loro domande, come ho fatto con voi.

Al termine abbiamo pregato per il Vescovo, che ci ha dato la sua benedizione.

 

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